Evangelizzare in modo evangelico – André FOSSION s.j.

Piccola grammatica spirituale per una pastorale di accompagnamento (d’engendrement)

Il presente contributo sarà diviso in tre parti. In un primo punto sottolineerò come la crisi profonda che sperimentiamo sul piano della trasmissione della fede apre, per il fatto stesso, un tempo di ricomposizione, di cominciamento o di ricominciamento della fede. Nel secondo punto definirò che cosa si può intendere per una pastorale di accompagnamento (d’engendrement) dentro un periodo di crisi come il nostro. Infine, in un terzo punto proporrò alcuni atteggiamenti spirituali che favoriscono questo stile pastorale.

1. Un tempo di cambiamento: la crisi come spazio di rottura e di rigenerazione (engendrement)

Lo sappiamo, un mondo se ne va e un altro viene. Il cristianesimo stesso partecipa inevitabilmente di questa trasformazione. Il cristianesimo di un certo tipo è in crisi profonda, ma non è la fine della fede cristiana; anche questa è in ricostruzione, in riconfigurazione. Da questo punto di vista, siamo in una situazione di «via di mezzo», scomoda ma affascinante, tra ciò che muore e ciò che nasce.

1.1. Un tempo di frattura: la crisi della trasmissione

Prendiamo atto prima di tutto dell’ampiezza della crisi che, sotto l’effetto della secolarizzazione, affligge il cristianesimo e la sua trasmissione. Abbiamo conosciuto due tappe nel processo di secolarizzazione.
* La prima tappa è la secolarizzazione della società. Questa secolarizzazione della società ha avuto inizio, in modo decisivo, alla fine del XVIII secolo con la rivoluzione democratica, l’affermazione dei diritti dell’uomo, lo sviluppo delle scienze e l’autonomia della ragione filosofica. In questa società nuova scaturita dalla modernità, la religione non svolge più, come nell’Ancien régime, un ruolo di fondamento o di inquadramento. In altri termini, la società moderna si è emancipata dalla tutela religiosa e clericale. Tuttavia la religione non scompare, ma è rinviata al libero assenso dell’individuo in un universo divenuto pluralista. Nel passato, in tempo di cristianità, nascere e divenire cristiano andavano insieme. La fede si trasmetteva con l’ambiente culturale; faceva parte delle evidenze comuni. La dottrina si trasmetteva nella modalità di un triplice «si deve»: le verità da credere, i comandamenti da osservare e i sacramenti da ricevere. Al contrario, con l’avvento della modernità ciò che la società trasmette non è più la fede, ma la libertà religiosa del cittadino. Il cristianesimo stesso ha del resto contribuito a questa emancipazione della società dalla religione. È così che Marcel Gauchet parla del cristianesimo come «religione dell’uscita dalla religione» .
* Ma si assiste oggi ad una seconda fase della secolarizzazione: non più solamente la secolarizzazione della vita pubblica, ma la secolarizzazione della stessa vita privata. Sono gli individui stessi che, oggi, si allontanano dalle forme ereditate del cristianesimo perché non incrociano più le loro aspirazioni, perché non offrono più un senso o sono divenute largamente illeggibili. In effetti, si assiste oggi ad una consistente presa di distanza degli individui dalle istituzioni religiose, dalle loro credenze e pratiche. Non è che le domande di senso o le aspirazioni spirituali scompaiono, anzi, al contrario. Ma ciò che regna è piuttosto la perplessità, il bricolage delle credenze, dei percorsi ogni volta singoli in un mondo complesso. In questo contesto le rappresentazioni della fede cristiana che abitano gli animi sono spesso a pezzi, caotiche e parziali; non permettono di rendere la fede leggibile o desiderabile; addirittura a volte la rendono odiosa. Da questo punto di vista, rispetto alle forme ereditate dal cristianesimo, si assiste ad una autentica rottura di trasmissione.
I sintomi della crisi sono evidenti: diminuzione del numero di praticanti, meno bambini catechizzati, crisi delle vocazioni sacerdotali, comunità che invecchiano, ecc. Noi tutti e tutte abbiamo nelle nostre famiglie persone che, poco a poco, sono divenute estranee alla fede cristiana almeno nelle sue forme attuali. La sociologa Danielle Hervieu-Léger parla, a questo proposito, di una esculturazione del cristianesimo: «La Chiesa, dice, ha smesso di costituire, nella Francia di oggi, il riferimento implicito e la matrice del nostro panorama globale. (…) Nel tempo dell’ultramodernità, la società «uscita dalla religione» elimina anche le tracce che questa ha lasciato nella cultura».

1.2. Un tempo di rigenerazione (d’engendrement). Il cristianesimo che viene.

Ma in questa stessa frattura che non può essere minimizzata, si osservano contemporaneamente, sul piano culturale e religioso, delle emergenze nuove e delle ricostruzioni promettenti. La crisi, da questo punto di vista, è davvero un tempo di grazia, un momento di creazione e di rigenerazione (d’engendrement) che può riservarci delle sorprese.
Si osservano in effetti nella Chiesa evidenti segni di vitalità: un crescente numero di catecumeni e di battesimi di adulti, la moltiplicazione della formazione teologica e pastorale per i laici, progetti di catechesi rinnovati , la democratizzazione reale delle comunità locali, l’impegno dei laici, in particolare delle donne, dentro incarichi ministeriali, nuove iniziative nei media, grandi raduni ecc. Tutti conosciamo persone che vivono bene nella loro testa, nel loro corpo e nella loro fede, aldilà della crisi.
Ma è soprattutto il mondo contemporaneo che, nella crisi della cultura che attraversa, racchiude risorse promettenti. Di fronte alla sfida del pianeta si vedono affermarsi un bisogno di spiritualità, un appello ai valori, un affinamento della coscienza etica insieme ad una ricerca di senso. Si ricerca un nuovo equilibrio tra le religioni e la laicità. I temi religiosi ed interreligiosi sono discussi nei media. Ogni cultura è evangelizzabile, e, a questo riguardo, nella situazione culturale che è la nostra, la disponibilità a riascoltare il Vangelo in modo nuovo è sempre molto presente. Questa disponibilità non si misura in statistiche di partecipazione all’Eucaristia domenicale, ma affiora nella vita stessa, nelle conversazioni e negli scambi. Ci sono nell’aria, davanti alle sfide poste dal futuro del mondo, possibilità nuove di scoprire la fede come sensata, salutare, buona, desiderabile per la vita, oltre ogni stereotipo.

Per questo tempo di frattura e di ricostruzione abbiamo bisogno di una pastorale che non abbia come scopo di «salvare il salvabile», ma di una pastorale di “accompagnamento” (d’engendrement) che si ponga al servizio di ciò che sta nascendo.

2. Per una pastorale di accompagnamento (d’engendrement)

2.1. Una parabola per il nostro tempo: rimboschire la foresta dopo la tempesta

Per comprendere lo spirito di questa pastorale di accompagnamento (d’engendrement), vorrei ispirarmi ad un fatto reale, in tutt’altro campo, ma analogicamente istruttivo per il nostro scopo.
Il 26 dicembre 1999, un uragano chiamato «Lothar» ha dilagato sull’Europa, in particolar modo nell’Est della Francia, con venti a più di 150 km orari. Si stima che 300 milioni di alberi siano stati abbattuti sul territorio francese. L’uragano ha lasciato dietro di sé uno spettacolo desolante. Si sono contati una sessantina di morti e un certo numero di suicidi di forestali o proprietari che non hanno potuto sopportare l’enormità della catastrofe. «Una cattedrale crollata non è grave, dice un forestale, può essere ricostruita. Una quercia di 300 o 400 anni, no».
Dopo la catastrofe, alcuni uffici tecnici hanno velocemente elaborato programmi di rimboschimento, progetti di reimpianto, piani di semina. Si trattava di approfittare della catastrofe per ricostruire la foresta secondo l’immagine ideale che era possibile farsene.
Ma una volta che si è trattato di attuare questi piani di rimboschimento, gli ingegneri forestali hanno constatato che la foresta li aveva anticipati. Hanno osservato una rigenerazione più rapida di quella prevista che veniva ad ostacolare i piani di rimboschimento manifestando talora delle configurazioni nuove, più vantaggiose, alle quali gli uffici tecnici non avevano pensato. La rigenerazione naturale della foresta manifestava, sotto molti aspetti, una migliore bio-diversità e un miglior equilibrio ecologico tra gli abeti rossi e le latifoglie. Specie che erano state soffocate dalla vecchia foresta potevano rinascere. La catastrofe risultava utile anche per la rinascita o la diffusione di alcune specie animali.
Da una politica volontaristica di ricostruzione della foresta secondo i loro piani, gli ingegneri forestali sono passati ad una politica più duttile di accompagnamento della rigenerazione naturale della foresta, individuando ed afferrando le possibilità nuove e vantaggiose che questa rigenerazione naturale offriva. Non si trattava di rinunciare ad ogni intervento, ma, piuttosto, con più competenza, di accompagnare, in maniera attiva e vigilante, un processo di rigenerazione naturale. Ecco cosa dice un ingegnere forestale di questo atteggiamento di accompagnamento: «Giovani piantine di alberi di varie specie sono cresciute. Il nostro lavoro è stato allora di liberarle delicatamente, di accompagnarle, di accogliere la vita della natura invece di credere che fosse scomparsa, invece di reimpiantarla artificialmente. Questo per noi è stato incoraggiante. In questa logica, abbiamo deciso di lasciare nelle foreste dello Stato e dei comuni le tracce dell’uragano, qualora non fosse necessario farle scomparire per la sicurezza o le condizioni di lavoro degli operai forestali. Abbiamo così lasciato ceppi rovesciati, buchi, tronchi spezzati o mucchi di rami. Tre anni dopo, ho potuto constatare in alcune foreste che queste «anomalie» avevano permesso l’installazione di piante o di animali che non erano presenti nella foresta «normale» di prima».
Procediamo ad un esercizio di transfert. Anche la Chiesa ha conosciuto, soprattutto da una quarantina d’anni, un uragano. Il panorama religioso, almeno nelle sue espressioni tradizionali, è devastato. Certo, il paragone non può diventare norma: l’umanità non è una foresta e gli esseri umani non sono delle piante. Ma ciò che ci interessa, analogicamente, per il nostro scopo, è il cambiamento di atteggiamento dei forestali: il loro passaggio da una politica volontaristica di ricostruzione della foresta ad una politica di accompagnamento, attiva e lucida, di una rigenerazione in corso. Non si dovrebbe operare lo stesso passaggio anche in pastorale: passaggio da una pastorale di “inquadramento” (d’encadrement) a una pastorale di “accompagnamento” (d’engendrement)?

2.2. Una pastorale di inquadramento (d’encadrement) nella logica del controllo.

La pastorale di inquadramento (d’encadrement) corrisponde analogicamente al primo atteggiamento dei forestali. Si svolge nella logica del controllo, in base alla quale, partendo dalle nostre forze e dai nostri progetti, si cerca in fondo di configurare la Chiesa e il mondo a come noi vorremmo che fossero. Secondo questa pastorale si tratta di annunciare il Vangelo e di ricostruire la Chiesa come se tutto dipendesse da noi. Si vive allora l’azione pastorale con un immaginario da azienda, secondo le nostre pianificazioni.
Notiamo bene che questa pastorale di inquadramento (d’encadrement) può essere attuata altrettanto bene sia dentro in un orizzonte nostalgico di restaurazione del passato, sia in uno spirito progressista per una chiesa nuova. In entrambi i casi è uno stesso immaginario d’impresa che agisce; tutto sembra dipendere dal dispiegarsi della nostra azione. In entrambi i casi si è condotti o all’attivismo secondo il quale non si è mai fatto abbastanza, o al sentimento d’impotenza, al disfattismo e alla depressione quando le resistenze incontrate sono troppo forti. Attivismo e disfattismo sono, a questo riguardo, atteggiamenti gemelli: sono tutti e due tributari di una stessa volontà di potenza.

2.3. Pastorale di accompagnamento (d’engendrement): la cura a servizio di ciò che nasce

Questa altra pastorale corrisponde al secondo atteggiamento dei forestali. In ascolto delle aspirazioni, si mette a servizio di ciò che sta nascendo, accettando per questo un certo ridimensionamento e una rinuncia al controllo. Essa consiste nell’accompagnare, attivamente, con discernimento e competenza, una rigenerazione di cui non siamo i padroni. Si tratta di cogliere le nuove opportunità che si offrono senza che noi le abbiamo programmate. Si tratta anche di riconoscere che la «catastrofe» non è una catastrofe per tutti, che a molti non piacerebbe ritornare alla vecchia foresta e che il presente è portatore di una migliore bio-diversità ecclesiale in crescita. Una pastorale di accompagnamento (d’engendrement) accetta la fine di certe espressioni della fede che hanno fatto il loro tempo e hanno avuto il loro splendore, ma che sono ora chiamate a farsi da parte per lasciare posto ad altre espressioni. Così, mettersi a servizio di ciò che nasce è discernere le aspirazioni, pesare le cose, prendersi il tempo necessario per la concertazione. Significa deliberare, ossia, letteralmente, prendere le decisioni che liberano, che autorizzano, che rendono autori. È accogliere e lanciare progetti, concedendo all’inedito la sua possibilità, contando su fattori che non controlliamo, fidandoci di forze che non sono le nostre.
In realtà, in una pastorale di accompagnamento (d’engendrement), si accetta la condizione di ogni nascita. Per prima cosa, noi non siamo all’origine della vita e della crescita. Poi, si genera sempre qualcosa che è altro da sé. I genitori lo sperimentano; i figli non sono mai l’esatto prolungamento del loro desiderio o del loro sogno. Quel che nasce è sempre diverso da sé. Anche per la trasmissione della fede è così. Non appartiene all’ordine della riproduzione o della clonazione. È sempre dell’ordine dell’avvento.
In questa pastorale si parte dal principio che l’essere umano è «capace di Dio». Non dobbiamo produrre in lui questa capacità. Non abbiamo nemmeno il potere di comunicare la fede. Non si fabbricano nuovi cristiani come si fabbricano pagnotte o pneumatici Michelin. La fede di un nuovo credente sarà sempre una sorpresa e non il frutto dei nostri sforzi, il risultato di un’impresa. Certo, la fede non si trasmette senza di noi. Ciononostante, non abbiamo il potere di comunicarla. Il nostro compito è di vegliare sulle condizioni che la rendono possibile, comprensibile, praticabile e desiderabile. La pastorale lavora sulle condizioni. Il resto è questione di grazia e libertà.
Ciò che ho appena detto della pastorale di accompagnamento (d’engendrement) concorda profondamente col Vangelo. Tutto quello che possiamo fare è seminare. Il Vangelo parla della missione come di semina. «Il seminatore è uscito a seminare; dorma o vegli, il seme cresce e, come, egli non lo sa» (Mc 4,26-27). Da questo punto di vista, la pastorale si presenta come un’equilibrio sottile tra le azioni da condurre e la necessaria «discrezione» per lasciar accadere ciò che deve nascere.

3. PICCOLA GRAMMATICA SPIRITUALE PER UNA PASTORALE DI ACCOMPAGNAMENTO (D’ENGENDREMENT)

Ma andiamo più nel concreto. Vorrei proporre, in questo terzo punto, alcuni atteggiamenti che favoriscono una pastorale di accompagnamento (d’engendrement). Non proporrò soluzioni ai problemi incontrati né progetti da realizzare, ma piuttosto modalità di essere, di stare tra un mondo che se ne va e un mondo che viene. Nella sua opera, «La crisi della cultura » , Hannah Arendt parla della breccia tra il passato e il futuro. Il problema che le interessa non è di far valere il passato della tradizione né d’immaginare il futuro, ma di sapere «come muoversi nella breccia». Allo stesso modo, ciò che vorrei proporre qui è, in fondo, un insieme di regole spirituali destinate ad operatori pastorali per stare e mantenersi nella breccia a servizio del mondo che viene. Questa piccola grammatica spirituale impegna anzitutto ad un lavoro su di sé. Riguarda lo spirito, il tono, il nostro modo di stare nella pastorale, di trovarvi il nostro posto.
Proporrò qui una decina di atteggiamenti che si articolano tra loro secondo un movimento in tre tempi: anzitutto andare verso gli altri; poi incontrarli, solidarizzare con loro, dialogare; infine farsi da parte, autorizzare, rendere autori.

Andare verso gli altri

3.1. Rimanere assiduamente destinatari del Vangelo

Quando annunciamo il Vangelo rischiamo, senza rendercene conto, di dimenticare che siamo noi i primi destinatari. Tutto accade come se, essendoci noi appropriati adeguatamente al Vangelo, non ci restasse che trasmetterlo agli altri. È un po’ come se non avessimo più niente da ascoltare e da ricevere dal Vangelo, e, divenuti «maestri» nell’arte di interpretarlo e viverlo, ci rimane semplicemente da esserne i trasmettitori per gli altri.
Il Vangelo mette in guardia i pastori: essi possono mettersi in una condizione per cui, annunciando il Vangelo, non si lasciano più evangelizzare. La pretesa di sapere, la tentazione del potere possono rendere ciechi. Tutti noi conosciamo certe pratiche pastorali che, nonostante siano portate avanti con zelo in nome del Vangelo, esprimono più lo spirito di conquista, la volontà di potere o la nostalgia del passato che la stessa Buona Notizia. Da qui l’importanza per l’evangelizzatore di rimanere instancabilmente destinatario del Vangelo. In altri termini, la prima questione per l’evangelizzatore non è sapere «Come annunciare il Vangelo?» ma prima di tutto «Che cosa il Vangelo dice a me oggi?», «In che cosa il Vangelo è una buona notizia per me?».

3.2. Ascoltare una parola che invita a dislocarsi là dove si trova il Cristo risorto: «Non è qui. Vi precede in Galilea, là lo vedrete» Mc 16,7

Ora, se rimaniamo destinatari del Vangelo, che cosa ci dice il mattino di Pasqua? «Non è qui. Vi precede in Galilea, là lo vedrete». Questo annuncio degli angeli ci chiede di dislocarci costantemente in quanto evangelizzatori. Ci invita ad un radicale rovesciamento di prospettiva. Non abbiamo il Cristo con noi come un oggetto, trattenuto, posseduto, controllato che dovremmo trasmettere ad altri che non lo hanno. Cristo non è un oggetto posseduto che si può tenere «qui» per comunicarlo altrove. Per raggiungerlo dobbiamo uscire dalle nostre case, lasciare il nostro ambiente e andare nel luogo dell’altro – la Galilea delle genti – dove egli ci precede.
In effetti noi siamo sempre preceduti dallo Spirito di Cristo dovunque andiamo. Non portiamo agli altri ciò che non hanno, ma li raggiungiamo sulla loro strada, per scoprire con loro le tracce del Cristo risorto già presente. La fede è un cammino di riconoscimento di ciò che è già donato segretamente.
Lo Spirito di Cristo risorto ci precede sempre. Da questo punto di vista, abbiamo sempre da lasciarci evangelizzare da coloro che evangelizziamo. «Uno stesso Spirito è all’opera presso l’evangelizzatore e l’evangelizzato e il primo, insieme alla consapevolezza di quanto offre, accetta anche di essere convertito da colui che ha accettato di ascoltarlo» . Tutta l’arte dell’evangelizzatore consiste allora nel favorire il riconoscimento, discernere ed additare la presenza del Regno nelle diverse persone e situazioni, anche dove ce lo saremmo aspettato di meno.
Allo stesso modo, non dobbiamo andare verso l’altro per guadagnarlo alla nostra causa, o per portargli ciò che gli manca, ma per riconoscere insieme a lui, nella sua vita, la presenza del Risorto in una maniera che può sorprendere anche noi. In questo senso annunciare il Vangelo è sempre, contemporaneamente, disporsi a ricevere da coloro che evangelizziamo la testimonianza dell’agire di Dio già presente in loro.

3.3. Assumere il rischio dell’accoglienza nel luogo dell’altro. Lasciarsi accogliere tanto quanto si accoglie

Il compito di evangelizzazione è spesso enunciato in termini di esigenza di accoglienza. «Le nostre comunità cristiane, si dice, devono essere accoglienti». Certamente. Ma non c’è in questo invito ad essere accoglienti verso gli altri una posizione di superiorità nei loro confronti? In effetti, quando moltiplichiamo i segni di accoglienza, non stiamo dicendo loro implicitamente: «Venite a trovare da noi ciò che non avete da voi»? Così, nel gioco della comunicazione, quello che accoglie si mette impercettibilmente in posizione di superiorità, mentre quello che è accolto è rinviato ad una posizione di inferiorità. Da qui la difficoltà di condurre un dialogo evangelico autentico, dal momento che si è presi nel laccio di un rapporto dominante/dominato.
Per uscirne non si dovrebbe, conformemente al Vangelo, invertire la logica: non tanto cercare di accogliere l’altro presso di sé, quanto assumere il rischio di lasciarci accogliere da lui, affidandosi alle sue capacità di accoglienza?
Il Vangelo parla di ospitalità domandata. Infatti, il Vangelo non ci dice: «Siate accoglienti». Ci invita piuttosto ad uscire verso l’altro per riceverne l’ospitalità. «Zaccheo, oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5). «Quando avete trovato ospitalità in una casa, rimaneteci fino alla vostra partenza» (Mc 6,10). «Chi accoglie voi, accoglie me»(Mt 10,40).« Sono alla porta e busso. Se qualcuno mi ascolta, entrerò e cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).
Queste prospettive evangeliche non sopprimono, beninteso, le esigenze dell’accoglienza presso di sé, ma allora sarà in un’ottica di reciprocità, nella quale gli uni e gli altri danno e ricevono. L’ospitalità ricevuta, infatti, invita all’ospitalità restituita. La parola «ospite» non designa del resto altrettanto bene la persona che riceve quanto quella che è ricevuta?

Incontrare, solidarizzare con l’altro, dialogare

3.4. Umanizzare, fraternizzare: un fine in sé. Collocare la fede come un’eccedenza desiderabile nel campo della fraternità

Accettando il rischio dell’accoglienza nel luogo dell’altro, ci si potrà impegnare a stabilire legami con gli altri, ad intrecciare vincoli di solidarietà in un’opera comune di umanizzazione. Nel Vangelo, infatti, tutto comincia con un’opera di umanizzazione: si tratta di far accadere l’umano, di uscire dalla violenza e di stringere legami di fraternità. Come sottolinea in apertura la Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, il discepolo di Cristo si sente intimamente solidale con l’umanità: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» . La prima missione del cristiano, a questo riguardo, è di umanizzare, di tessere legami di fraternità all’interno dei quali gli uni e gli altri sono chiamati a riconoscersi reciprocamente in una benevolenza incondizionata. Questa umanizzazione/fraternizzazione è un fine in sé. Non è una strategia pastorale per annunciare il Vangelo. Ma, se l’umanizzazione/fraternizzazione è un fine in sé rispetto al Vangelo, avviene che, come eccedenza, essa costituisce il terreno favorevole per l’annuncio evangelico stesso; apre uno spazio in cui l’annuncio evangelico può avveniere in un clima di fraternità, nel dialogo amicale, al di fuori di qualsiasi volontà di potenza sull’altro.
E questo annuncio evangelico è ugualmente un fine in sé. L’annuncio del Vangelo, infatti, ha la sua ragion d’essere in se stesso indipendentemente dalla risposta che riceverà. Anzitutto perché l’altro, in virtù della destinazione universale della Buona Notizia, ha il diritto di sentirlo annunciare, qualunque sia la sua risposta. Poi, perché l’annuncio è in se stesso un atto di carità nel quale si offre il meglio di sé all’altro, che egli lo accetti o no. E se l’altro lo accoglie, questo sarà ancora una grazia supplementare che viene a completare la gioia dell’uno e dell’altro, secondo l’espressione della prima lettera di Giovanni . Così l’umanizzazione, l’evangelizzazione e la conversione al vangelo si implicano successivamente in una logica di «grazia su grazia».

3.5. Distinguere ed articolare la «predicazione di Gesù» e la «predicazione su Gesù»

Nel dialogo con l’altro, è opportuno distinguere un duplice annuncio: il primo riprende la predicazione di Gesù, il secondo è una predicazione su Gesù. In cosa consiste la predicazione di Gesù? Egli chiamava gli esseri umani a una più grande umanità, alla fraternità e al riconoscimento, dentro l’esperienza stessa di questa fraternità, di una potenza di rigenerazione personale che dona vita e che possiamo pregare dicendo «Padre Nostro». La specificità del Vangelo, a questo proposito, è di riconoscere, nell’esercizio stesso della fraternità, la nostra comune filiazione in un Dio Padre che ci ha fatto nascere e non ci abbandonerà alla morte. Umanità, fraternità, filiazione: tale è l’oggetto della predicazione di Gesù, tutta centrata sul Regno di Dio che si è avvicinato gratuitamente a noi.
E poi c’è la predicazione su Gesù, che è tutta centrata sulla sua morte e risurrezione. Chi è dunque costui per aver osato parlare così a rischio della propria vita? Egli ha umanizzato, fraternizzato e chiamato gli uomini a riconoscersi figli e figlie di Dio. Ma, oggetto di intense controversie, accusato di essere un alleato di Satana, è stato ucciso dalle autorità religiose del suo tempo. Ingiustamente condannato, crocifisso, non ha tuttavia ceduto al male. Al contrario, affidandosi a Dio, ha chiesto il perdono per i suoi carnefici. Così, «dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20). E la resurrezione è l’opera del Padre. Infatti, con la resurrezione, Dio rende giustizia e testimonianza a Gesù. Risuscitandolo, il Padre rivela se stesso mostrando che era al suo fianco in modo singolare, che l’opera di Gesù era la sua. Così, come cristiani, riconosciamo in Gesù il volto di Dio, e, contemporaneamente, l’uomo compiuto sotto lo sguardo di Dio. «Questo Gesù che voi avete crocifisso, Dio lo ha costituito Signore e Cristo» (At 2,36). In tal modo si dispiega, a partire dalla confessione pasquale, la predicazione dei cristiani su Gesù.
Sul terreno pastorale, la predicazione che continua quella di Gesù e la predicazione su Gesù stesso possono rappresentare, secondo le circostanze, degli obiettivi o dei momenti distinti, anche se strettamente legati. L’una non va senza l’altra. La prima resterebbe incompiuta se non conducesse alla seconda. E la seconda non sarebbe possibile se non disponesse dell’appoggio della prima. Una pastorale di accompagnamento (d’engendrement), mi sembra, comincia mettendo in contatto con la predicazione di Gesù, per condurre successivamente, lungo il cammino, a rendere conto della fede nella sua resurrezione.

3.6. Rielaborare le immagini, le rappresentazioni di Dio

Lungo la strada, l’annuncio del Vangelo incontrerà certamente delle opposizioni che vengono primariamente da certe immagini stereotipate di Dio che ostacolano la fede, provocandone il rifiuto, o ancora portano a viverla in maniera servile. Per questo ogni opera di evangelizzazione richiede che ci si impegni, nel dialogo, a togliere gli ostacoli, presenti anche in noi, costituiti da immagini di Dio non liberanti per l’uomo.
Ricordiamoci il richiamo del decalogo sul rischio delle immagini di Dio che ci possiamo fabbricare. Il dramma della nostra umanità, secondo il racconto della Genesi, è del resto iniziato con la falsa immagine di Dio insinuata in noi dalla voce del serpente. Questi cambia il senso del divieto divino, facendolo percepire come un limite alla libertà umana e come l’espressione di un Dio geloso, concorrente dell’uomo. Tuttavia il divieto pronunciato da Dio non era un limite all’autorizzazione, né una costrizione, ma un appello rivolto alla libertà umana perché non agisca in maniera arbitraria, allo scopo di proteggere la vita donata. Infatti il divieto – di rubare, di violare, di uccidere, di mentire – lungi dal limitare la libertà la istituisce e la rende possibile. Una società che si vieta la violenza, infatti, è una società che offre garanzie per vivere in libertà. Ma il serpente cambia il senso delle cose. Là dove, nel discorso di Dio, c’era un «ma» che responsabilizza, il serpente ci vede un «tranne» che limita la libertà, frustra l’uomo e fa di Dio il suo avversario. Così le nostre immagini di Dio rischiano sempre di snaturarlo. Pensiamo, ad esempio, alle immagini di Dio che lo mettono tra le cause immediate di tutto ciò che ci succede, rendendolo così ingiusto e non credibile. O ancora alle immagini di Dio che sottomettono l’uomo a un sistema religioso invece di mettere la religione a servizio dell’umano. È la questione su cui Gesù stesso si è impegnato: il sabato per l’uomo e non l’uomo per il sabato.
In breve, la pastorale di accompagnamento (d’engendrement) richiede un paziente lavoro sulle rappresentazioni, affinché esse giungano ad onorare tanto Dio quanto l’uomo. Perché le due cose vanno insieme: un dio che falsa l’uomo è un falso dio. È nell’eccellenza dell’umano che la verità di Dio si manifesta.

3.7. Nutrire la memoria, animare il dibattito, favorire la libertà di appropriazione

Queste tre espressioni designano un modo di comportarsi in pastorale. Il primo compito consiste nel mantenere la memoria della tradizione cristiana nel campo culturale pubblico: nel mondo della scuola, nell’ambito del tempo libero, nei media, ecc.
Ma non basta nutrire la memoria, bisogna anche animare il dibattito su di essa. Il compito pastorale consiste qui nel far valere la tradizione cristiana, all’interno del dibattito, non come un peso che s’impone, ma come una risorsa disponibile, che «dà a pensare» per vivere. «Dare a pensare», l’espressione è buona, perché tiene contemporaneamente insieme l’aspetto della leggerezza della fede, che non s’impone né pesa, con l’aspetto della gravità per le questioni umane che sono in gioco. Qui s’impone un dovere d’intelligenza. Ciò di cui abbiamo bisogno in pastorale è, a questo riguardo, una teologia intelligente, semplice, non riservata ai dotti ma mai semplicistica, che renda la fede comprensibile e desiderabile.
E infine, sulla scia del dibattito, il terzo compito consiste nel favorire la libertà dei soggetti nell’appropriazione della tradizione cristiana. Oggi la condizione di ogni trasmissione è di essere sottoposta alla libera valutazione degli individui. Così ne va anche della tradizione cristiana. Ciascuno vi attingerà ciò che vorrà, aggiungendo del suo. Non possiamo, su questo punto, decidere in anticipo né i risultati né il tempo di maturazione. Ciò che ne scaturirà non sarà forse la fede cristiana. Per gli uni, il fermento della tradizione cristiana – questa «parte seminale della nostra cultura» secondo l’espressione di Marcel Gauchet – continuerà a portare frutti di cultura, aiutandoli a situarsi in una storia, a pensarla e a viverla. Altri ne trarranno una ispirazione etica o una saggezza spirituale. E altri ancora si apriranno un cammino di fede fino alla proclamazione del Credo in seno alla comunità cristiana. Proporre così la fede cristiana nello spazio pubblico, non è né imporre d’autorità una verità, né standardizzare le coscienze, ma permettere veramente a ciascuno e ciascuna di esercitare meglio la propria libertà di cittadino o di cittadina davanti a ciò che essa annuncia, per appropriarsene o meno, ispirarsene o meno per il proprio futuro come per il proprio agire nella società. Non è detto che, nel mondo pluralista e secolarizzato in cui viviamo, questa libertà di appropriazione non conferisca al Vangelo tutte le sue possibilità.

Autorizzare, rendere autore

3.8. Cogliere le resistenze come opportunità

L’annuncio del Vangelo non avviene mai senza incontrare delle resistenze. Possiamo affliggercene, incriminare, voler forzare la porta. Ma è anche possibile percepire le resistenze come opportunità per un’opera di inculturazione della fede. La storia in effetti mostra come le inculturazioni riuscite siano il frutto di una resistenza delle popolazioni locali alle forme del cristianesimo che è stato loro portato, per creare qualcosa di nuovo, per aprire espressioni originali della fede. Questa resistenza non significa un rifiuto, ma piuttosto un appello a creare qualcosa di nuovo, «a far sorgere espressioni originali di vita, di celebrazione e di pensiero cristiani» . Da questo punto di vista, l’inculturazione della fede è il processo «attraverso il quale un popolo assimila il Vangelo, cioè, gli resiste appropriandosene, ricreandolo ed esprimendolo a partire dalle sue radici storiche e culturali, conferendo al cristianesimo un volto nuovo ed un’espressione originale» . Le inculturazioni della fede riuscite sono delle espressioni, dei modi di pensare, di celebrare e di vivere la fede che sono stati inventati o rinnovati a causa di resistenze incontrate. Ad esempio, la celebrazione eucaristica nel rito detto zairese viene da una resistenza delle popolazioni locali alle forme ereditate della liturgia del mondo occidentale; si dovevano inventare, infatti, nuove forme di liturgia adeguate ad una cultura della parola, del tam-tam e della danza.
Oggi nei nostri paesi siamo di fronte a molteplici resistenze nei riguardi delle forme ereditate del cristianesimo: ad esempio relativamente alla pratica della confessione, alle vocazioni sacerdotali e alle tappe che conducono al matrimonio sacramento, ecc. Non potrebbe esserci un modo positivo di cogliere queste resistenze come un appello a inventare forme originali di pensare, di vivere e di celebrare che rendono il cristianesimo di nuovo praticabile e desiderabile?

3.9. Distinguere tra «credere con» e «credere come»

Nella prospettiva di lasciar accadere nuove forme di cristianesimo, è bene distinguere tra «credere con» e «credere come». Noi oggi non crediamo come i nostri nonni, e i nostri bambini non credono come noi. E tuttavia, malgrado queste differenze, è possibile vivere una autentica comunione nella stessa fede. La questione posta dalla distinzione «credere come» e «credere con» è quella della sfida dell’unità e della diversità.
Rischiamo sempre in quanto pastori di volere che l’altro creda «come noi»; la trasmissione della fede si situa allora nell’orizzonte di una riproduzione o di una imitazione di ciò che noi stessi viviamo. Ma il rischio, allora, è di bloccare l’accesso alla fede con le nostre strettezze, imponendo il percorso e la nostra modalità di abitare la fede. Era già la tentazione dei giudei convertiti al cristianesimo, che volevano imporre ai pagani divenuti cristiani le loro tradizioni e costumi. «Sono dunque del parere di non accumulare ostacoli davanti a coloro che tra i pagani si convertono a Dio» (At 15,19). Queste parole dell’apostolo Giacomo, all’uscita dell’assemblea di Gerusalemme, dovrebbero ispirarci incessantemente il necessario rispetto davanti all’altro, perché possa giungere al suo personale modo di appropriarsi del messaggio cristiano e divenire discepolo di Cristo. A questo proposito, la sfida delle chiese oggi, spesso bloccate dalle loro tradizioni, è di lasciar nascere ciò che è differente. È del resto la posta in gioco di una pastorale di “rigenerazione” (d’engendrement). Infatti, in un’epoca di cambiamento come la nostra, bisogna lasciare lo spazio all’emergere di una «bio-diversità ecclesiale» che accolga le aspirazioni e la singolarità delle persone e faciliti così la grazia di divenire cristiano. La trasmissione della fede non è dell’ordine della clonazione, implica sempre una appropriazione inventiva. Da qui la necessità di articolare la diversità nell’unità.
Per comprendere il rapporto tra l’unità e la diversità possiamo prendere come paragone il volto umano. Questo è riconoscibile in una forma comune e, tuttavia, un volto umano può essere estremamente diverso. Lo stesso per il cristianesimo, ci sono alcuni tratti (il segno della croce, il Credo, la lettura delle Scritture, la condivisione dell’Eucaristia, l’impegno per l’umanizzazione) che permettono di distinguerlo, ma le figure concrete della sua incarnazione possono essere differenti. Da questo deriva l’apertura necessaria di uno spazio di creatività e d’immaginazione nell’invenzione del cristianesimo. La condizione della trasmissione della fede va con la capacità di appropriarsene in maniera inventiva. L’autorità, a questo riguardo, in una pastorale d’accompagnamento (d’engendrement), ha come finalità di favorire la crescita; questo significa vegliare sulla comunione in ciò che la fede comporta di essenziale, ma anche «autorizzare», cioè, letteralmente, rendere l’altro «autore» e «attore» della propria esistenza nella fede.

3.10. Domandare e ricevere aiuto. Contare su fattori che non si possono controllare

Spesso l’evangelizzazione è concepita a partire dalle nostre forze e ricchezze. Ma perché l’evangelizzazione dovrebbe avvenire quando si è forti e non quando si è deboli? Cosa fare, in un tempo di trasformazioni come il nostro, nel quale siamo presi dentro uno sconvolgimento che non controlliamo e dove ci sembra che ci manchino le forze? Era già la domanda dei discepoli a Gesù, quando facevano l’inventario del poco che possedevano per far fronte, in pieno deserto, ai bisogni delle folle: «Ma cos’è questo per tanta gente?».
In queste situazioni, come quella attuale, l’essenziale è apportare il poco che si ha, osare chiedere l’aiuto degli altri e contare su fattori di cui non abbiamo il controllo. Apportare il poco che si ha e osare chiedere aiuto è la sola soluzione a disposizione. Chi non domanda niente a nessuno è autosufficiente; egli non vive. Al contrario, nella logica evangelica, la domanda apre una storia e dona da vivere. «Chiedete e vi sarà dato», «Bussate e vi sarà aperto». Altrettanto, nella nostra missione di evangelizzazione, dobbiamo avere il coraggio di rivolgerci ad altri per chiedere aiuto e consigli, non solo in seno alla comunità cristiana ma anche fuori. Questo aiuto può essere materiale, tecnico, culturale, artistico. Oggi persone, associazioni, collettività, pur non appartenendo alla comunità cristiana, si mostrano disposti a favorire la vitalità della tradizione cristiana in seno alla società, in uno spirito di benevolenza e di sostegno a tutto ciò che in modo solidale fa la nostra umanità.
E, pur senza aver domandato nulla, nel nostro impegno di evangelizzazione dobbiamo anche contare su fattori che non controlliamo, su alleati inattesi. Questi alleati inaspettati possono essere persone, eventi, teorie, aspirazioni culturali nuove: in un dato contesto, senza che lo abbiamo previsto, essi offrono il loro concorso e conferiscono un peso supplementare al messaggio evangelico. L’evangelizzazione, in questo senso, non dipende solo dalle nostre forze; dipende anche da fattori imprevedibili, come è il caso per la figura di Ciro, re di Persia, immagine dello straniero che il Signore, contro ogni aspettativa, chiamò per ricostruire Gerusalemme e ristabilire il popolo nella sua libertà. «28 Io dico a Ciro: Mio pastore; ed egli soddisferà tutti i miei desideri, ricostruirà Gerusalemme e riedificherà il tempio» (Is 44,28). Lo Spirito, è vero, soffia dove vuole. Quando il cristianesimo sembra senza forze, il mondo secolare stesso può venire in suo soccorso, e, in modo inatteso, ridare vita al Vangelo.
In questo spirito di fiducia e di rinuncia al controllo, dobbiamo senza dubbio ascoltare le parole che Gamaliele rivolse al Sinedrio circa la missione dei discepoli di Gesù: «Se la loro opera è di origine umana, si distruggerà da sola, ma se veramente viene da Dio, non riuscirete a distruggerla» (At5, 38-39).
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Ho enunciato qui una decina di atteggiamenti che ci permettono di rimanere nella breccia, di muoverci in essa per favorire, attivamente, lucidamente e con competenza l’accompagnamento e la rigenerazione (l’engendrement) della fede oggi. L’uomo contemporaneo, come nel passato, è capace di Dio. Il cristianesimo che viene non sarà solamente il prodotto dei nostri sforzi per quanto necessari essi siano. Sarà anche il frutto nuovo, inatteso, sorprendente della libertà umana e del lavoro dello Spirito nel cuore del mondo.

André FOSSION s.j.

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